Non Buttiamoci giù

Fanny è stata l’11 settembre scorso la 23sima dipendente a suicidarsi in France Télécom. In una email al padre ha scritto “Non accetto la nuova riorganizzazione del servizio. Hanno cambiato il mio capo (…) Preferisco morire.”

Basta inserire su Google la tag “France Telecom suicidi” e leggere i risultati per capire cosa sta accadendo nel gigante della telefonia francese ed internazionale e, soprattutto, per riflettere su cosa sta accadendo al lavoro, a cosa sta portando questa dicotomia tra tempi della vita e tempi del lavoro.

Le analisi ex post che cercano di spiegare l’evento parlano chiaro; è stata la feroce filosofia aziendale fatta di “credo” ed “obbedienza”, guerre sui mercati, ristrutturazioni, mancanza di competenze e richieste di flessibilità, mobbing forzato a causare profondi sensi di inadeguatezza poi sfociati in forti sofferenze che addirittura uccidono.Michela Marzano ha scritto sulla Repubblica un articolo molto importante per capire cosa sta accadendo oggi al lavoro.
Ecco alcune buone domande per capire meglio la questione:

Perché non interrogarsi allora una buona volta sulle reali conseguenze di questo management contemporaneo che, arrivato in Europa negli anni Ottanta, esorta gli individuia credere che esista un legame di causa-effetto tra la realizzazione professionale e il benessere personale, come affermano i codici etici di alcune aziende?
“Come sopportare una mutazione forzata o un licenziamento quando ci si è dati corpo e anima alla propria azienda?
Come accettare il fatto di non essere più «utili» all’ azienda, quando si è sempre stati pronti a lavorare con «passione», fino al limite estremo della propria resistenza fisica e psichica?

non_buttiamoci_giu_gLe domande di Michela Marzano sono importanti e potenti. Si parla e si scrive molto in questi mesi della retorica aziendale che mette l’uomo – e poco la donna, a dire il vero – al centro degli editti e codici etici, nell’accezione però consumistica e poco autentica di risorsa umana.

I pensieri corrono ed anche le domande: ma è ancora possibile per le aziende di oggi, per come sono organizzate e gestite esplorare reali ed autentiche possibilità al di là dello slogan PEOPLE FIRST? Come è possibile preoccuparsi dell’uomo in un business organizzato su dicotomie indissolvibili: vita e lavoro, corpo e spirito, avere e/o essere, tempi per lavorare e tempi per oziare, materiale e spirituale, personale e sociale? Le regole, le routine delle organizzazioni, le conversazioni fatte di obiettivi immediati e conversazioni sui processi, che spazi possono riservare per un autentico interesse all’umano?

Molte sono oggi le aziende che lavorano sulle domande di cui sopra, sulle ricongiunzioni auspicate, sui nuovi modelli da elaborare, sulle posture da rivedere. Molte aziende ed organizzazioni – anche in Italia – sentono l’esigenza di creare condizioni e comunità, “laboratori” sociali ed economici totalmente nuovi. Non vogliono dare risposte subito, ma lavorare, mettersi in cammino per fare delle scoperte impossibili da quantificare e qualificare prima.

Tanti sono le persone che vogliono cambiare le regole da dentro. Un nuovo tipo di passione che va molto al di là del fare che viene richiesto dalle strategie, al di là della realizzazione così come codificata nelle carte etiche, al di là della dedizione ed utilità aziendale. Sono persone appassionate ma anche “indipendenti”, donne e uomini che cercano un benessere più profondo, più importante di quello codificato in azienda. Sono loro che cambiano e trasformano, da dentro, con piccole e grandi decisioni ciò che vediamo e vedremo in futuro. Persone in ascolto, che si fanno molte domande coraggiose che, quasi sempre partono dal loro sentire, da ciò che sentono e provano dentro, poco condizionati dalle logiche organizzative, ma all’interno di queste sanno muoversi, gentilmente, per trasformarle un poco alla volta.

Fidarsi del proprio sentire è anche una questione di pratica, una delle tante pratiche di indipendenza e dunque di salvezza (av)

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