Appunti (per una rifioritura)

Arrivo con un po’ di ritardo. Giovedì 22 aprile Earth Day: giornata mondiale della terra.
Partecipavo ad un seminario di Future Concept Lab, impresa creativa capitanata da Francesco Morace grande ricercatore di tendenze e sociologo oltre che mio amico e ..prendevo appunti.
Blooming opulence, esuberanza ed ancestralità della natura, forza e stupore ingovernabile, tensione vitale della natura. E ancora: sbocciare, ovvero trovare e catturare gli istanti di bellezza legati al momento di passaggio, di transizione. Un cogliere le trasformazioni invisibili e silenziose della natura per sentire la vita. La fioritura come visione, non più statica ed estatica ma in divenire. Un saper sostare ed essere nel divenire, felici di non sapere da subito fino a che punto di maturazione un colore, un frutto, un germoglio potrà appagare con il massimo dello splendore e del fulgore i nostri occhi.
Una visione potente è fatta anche di cose non immediatamente visibili nella sua completezza, ma in divenire. Visioni non fisse, non statiche, ma sfumate, visioni che si svolgono e proprio perchè sfocate e guidate dal caso e dall’imprevedibile diventano fatalmente potenti. Una vera progettazione estatica come quella di James Cameron nella costruzione del pianeta Pandora e della sua antropologia Avatariana. Un pianeta ideale e perfetto dove si mescolano visioni animali ed umane, dove biologico ed umano si innestano con il sacro.
Cosa è una visione se non una possibile fioritura?Qualunque fioritura, qualunque opulenza non intesa come lusso ma come esuberanza vitale dell’esistenza spesso impercettibile ed invisibile nell’immediato richiede cura e dedizione. Una cura fatta di attenzione quotidiana, umiltà di ricerca e riflessione. Studio direi. Affinchè la visione si compia!

Un continuo coltivare la propria attenzione rilassata che aiuta a ricevere buoni suggerimenti su come procedere.
La natura ci insegna ad aspettare che la visione si realizzi, ad essere audaci anche nell’attesa che può impollinarci, renderci fecondi e generativi; in un modo gentile.
Una visione in divenire.
Osservare la natura…di più!

Questioni di identità

Disoccupati senza identità; questo il titolo della rivista Mente e cervello che affronta il tema difficile della perdita di identità e di ruolo sociale che inevitabilmente si accompagna a quella del lavoro. Un lavoro che quando non c’è più significa perdita di autostima, perdita di un ruolo sociale, veri e propri shock emotivi e psicologici, lutti che minano in profondità ciò che pensavamo di essere, di rappresentare, sensi di colpa che emergono quando ci si sente incapaci, impreparati per cercare un’alternativa, per ricollocarsi nel cosiddetto mercato del lavoro, mercato delle apparenti e confortanti certezze a cui tutti chiediamo qualcosa: denaro, identità, ruolo, collocazione sociale e culturale.

In questo blog abbiamo anche parlato di come un licenziamento possa diventare perfino mortale- i suicidi France Telecom- o come possa portare l’uomo, “il patriarca” ad entrare in una crisi non solo di identità sociale ma anche di genere.
Il tema dell’identità che portiamo dentro alle stanze del lavoro è forse il tema principe di questi anni.
Siamo avvezzi tutti a non PARLARE MAI CON CIO’ CHE NON SI VEDE SUBITO.

Lo scambio nell’economico, sul lavoro, fatto di parole e gesti che ci impegnano per la stragrande maggioranza delle nostre vite ha annullato, o meglio ha voluto abituarci ad annullare tutto ciò che NON SI VEDE SUBITO, o che forse si vede ma si vuole eliminare, ignorare, tutto ciò che apparentemente non serve per lo svolgimento di una mansione, di un compito, di una “task” professionale, di un progetto piccolo o grande.

La performance, il risultato, ottenere tutto e possibilmente subito hanno per forza di cose schiacciato differenze ( maschile\femminile), culture (territori, etnie, saggezze diverse), personalità e potenzialità ( talenti, creatività, genio individuale). Parlare con la differenza è faticoso, sembra faccia perdere un sacco di tempo, non sembra aiutarci al raggiungimento dell’obiettivo.

E forse, come ben sottolinea una mia amica, Antonietta Potente, è proprio ciò che vogliamo far sparire che si ritorce contro l’abbondanza. Un’abbondanza che necessita magari di tempi diversi per manifestarsi, tempi più lunghi che a volte garantiscono però il coinvolgimento delle persone, la gioia di aver partecipato, la possibilità di un risultato più equo e distribuito, insomma la pace per molti.

Con il mio lavoro affronto il tema dell’identità che portiamo in azienda, negli uffici, praticamente tutti i giorni. La fine del work-life balance e l’unione, lo “yoga” tra i due, l’integrazione di vita e lavoro sono i temi che le organizzazioni a forza di parlare di valori, meritocrazia, inclusione dei giovani e rispetto delle diversità si trovano ad avere sul tavolo praticamente tutti i giorni.

Identità uniche e peculiari da riconoscere e con cui interloquire; identità che possono consentire ad una comunità più grande, organizzazione profit o “no” a sua volta di integrarsi, di sfumare i suoi confini con l’esterno, di lavorare per ricercare un nuovo e differente fondamento per la propria identità.
E’ necessario entrare nell’insieme, nella tridimensionalità che ci fa sentire veramente dentro ciò che facciamo.
E a volte, gli occhialetti 3 D, per entrare nella “picture”…non bastano!

Falling out of love with business: suggerimenti

La fine di una lunga storia d’amore; Lucy Kellaway grande columnist del Financial Times con “The end of the affair” prevede nel numero del The Economist “The world in 2010″ un grande ridimensionamento e sgonfiamento delle scuole di business, un declino della mitica cornucopia: gli MBA. Insomma scrive la Kelly il business non sarà più tanto “cool” come lo è stato per gli studenti più volenterosi e brillanti di Harvard ed Oxford dagli anni 80 ad oggi e dunque i Master in Business Administration non solo non potranno più promettere futuri garantiti da stipendi a 5 o 6 zeri ma non garantiranno nemmeno più l’appartenenza ad un club di eletti elitario ed esclusivo.

Tutte le idee pretenziose da cui è avvolto il mondo del business vedranno un bello sgonfiamento e molti dei talenti più brillanti rivolgeranno la loro attenzione nel settore pubblico (legge, medicina, ….) visto che regolamenti e procedure di controllo fissate dalle autorità preposte toglieranno ai board delle compagnie private molta indipendenza e dunque molto del “glamour” da cui sono stati investiti in questi anni grazie anche a tanto cinema e serie TV celebrative (vedi negli USA The Apprentice, Dragons’Den…etc).

MBA logo_colorSono d’accordo con Lucy e credo che questa crisi “formativa” delle megascuole manageriali sia non solo necessaria e contemporanea rispetto a cosa serve oggi al cosiddetto business e al mondo ma anche fortemente trasformativa.

Solo dalla trasformazione di un modo di formare competenze e pensieri dei futuri “leader” (tanto per stare nel vecchio paradigma) potremo sperare di scovare qualcosa di nuovo ed inedito. Magari scoprendo che accanto a delle belle competenze tecniche, quelle sui numeri del budget , sulla strategia e sul marketing per intenderci è necessario affiancare qualcosa di più riflessivo, profondo, umano, valoriale, personale.

Lo avete già letto, in questo blog nel post sui dubbi di Harvard dove scrivevamo che mettere in discussione scuole di business e formazione fa strano; fa strano pensare di chiedere troppo denaro ad uno studente per mettere in luce e diffondere storie e testimonianze di saggezza non più originate dalle prassi delle corporations, dal pensiero strategico originato da board profumatamente oliati da bonus (bonus e carriere rapide presentate come obiettivo da molte Business School a giustificare le laute rette percepite).

Se non è possibile più considerare un MBA come l’aspirazione suprema di ogni bravo\a ragazza, il salvacondotto di una carriera di successo e di una leadership ben definita..cosa insegnare, come educare donne ed uomini al presente, aiutandoli a capire come diffondere nuovi modi di pensare, nuovi modi di essere e fare per abbellire il mondo?

Da chi andranno ad ispirarsi queste scuole, come repereranno terreno?

Vorrei spingermi a dare qualche suggerimento:

  • interrogate dei testimoni, cercateli nell’imprenditoria sociale, nell’educazione, nel crowdsourcing, nel web, nella letteratura e nelle nuove comunità.Ispiratevi molto dalle nuove comunità, non importa se legate all’equosolidale, alle produzioni legate alla terra, alla sostenibilità ambientale, al mondo delle cooperative, alla vita monastica e alla spiritualità.
  • non abbiate pregiudizi e cercate dove mai avreste pensato di andare. Parlate con gente che col business dialoga davvero perchè sta sul territorio e soprattutto tenete in conto il parere di chi ha meno di 30 anni…forse anche meno di 20!!
  • eliminate un po’ dei “vecchi” professori. Non tanto per una questione di età quanto di esperienza. I parrucconi che parlano della leadership e delle dinamiche organizzative del decennio scorso vanno ridimensionati o perlomeno affiancati da persone più fresche, a testimoni di oggi quelli che spesso non si vedono e che vanno ricercati.
  • eliminate dai testi e dalle lezioni la parola potere
  • interrogatevi e lavorate con più domande..sempre e dovunque.

(av)

Ostaggio.. di un libro

Sono di fronte ad un testo sulla leadership Hostage at the table (how leaders can overcome conflict, influence others and raise performance) scritto da George Kohlrieser ( psicologo, professore all’IMD sui temi della leadership e dei comportamenti organizzativi, negoziatore e consulente di organizzazioni globali).

Confesso: ne divento subito un po’ ostaggio anche io. Avevo provato lo stessa sensazione di “sicurezza” e di “conforto” anche durante la conferenza di George Kohlrieser al Women Leadership forum di Praga, conferenza in cui avevo partecipato a Ottobre come relatore.

L’esperienza dell’autore, veterano della negoziazione di ostaggi anche in situazioni molto complesse e violente, viene messa al lavoro anche nelle relazioni personali e di business. Le tecniche e gli “insight” psicologici diventano un set di “skills”, di abilità utilissime per i business leaders che vogliano creare un ambiente positivo nella propria organizzazione rimuovendo blocchi attraverso la padronanza delle proprie emozioni, l’arte della negoziazione e del dialogo in situazioni conflittuali, il controllo della propria mente, del pensiero, dei comportamenti e della parola per costruire legami senza rimanere ostaggio delle più diverse situazioni organizzative e personali.

Il libro affabula, si fa interessante. viene veramente voglia di prendere su idee, regolette, esperienze. Una sete incolmabile di certezze che viene soddisfatta da “statements”, affermazioni potenti su ciò che serve oggi e anche supportata da esperienze e storie.

Riguardo gli appunti della sua conference che avevo velocemente annotato a Praga:

  • leadership is about how we inspire people: siamo d’accordo
  • leadership is something that comes insight people (wisdom) but the result is impact on others…OK
  • to be an inspiring leader you must be able to focus on the positive, only the optimistic survive…e qui già mi innervosisco!
  • train the brain to look for what is positive…Mah!
  • leaders have to see opportunities…ancora?
  • leadership is something that everybody can learn…ok è una competenza ed io non sono adeguato…ce la posso fare
  • critical competencies for women leaders: being assertive, being decisive, social bonding to raise performance, managing conflict for a win win outcome, develop resilience, dealing with emotions, ….etc

hostage at the tableMolti punti, tanti you must, you have, molte indicazioni direttive portate avanti dallo speaker ad alimentare una voglia sia dell’audience di tirar su certezze…una corsa dunque a comprare il libro per trattenere strette nella borsa le sicurezze tanto agognate.
Ma lo so: la tecnica non mi cambia, la competenza da leader difficilmente modifica un mio comportamento…anzi mi fa sentire ancora di più ciò che non ho, che manca.

Alcune domande allora sono necessarie:
Come riuscire a dare spazio al potenziale di ciascuno, personale e potente per ciò che è, senza aggiunte e rabbocchi…nella realtà?
Come ricordarmi di accarezzare ciò che posseggo già e che potrebbe essere così utile anche all’ambiente esterno, anche all’azienda di cui faccio parte?
Come onorare la mia diversità?
Io vi posso essere utile per ciò che posso essere?
Come “riconoscermi” attraverso l’aiuto di un libro non per “tirare su tutto”, ma solo riflessioni e domande che mi appartengono?
E la mia diversità, le mie pratiche, le mie idee, la mia postura nel mondo, quella solo mia, dentro un bellissimo libro di idee e suggestioni sulla leadership, dove sono?
(av)

Non Buttiamoci giù

Fanny è stata l’11 settembre scorso la 23sima dipendente a suicidarsi in France Télécom. In una email al padre ha scritto “Non accetto la nuova riorganizzazione del servizio. Hanno cambiato il mio capo (…) Preferisco morire.”

Basta inserire su Google la tag “France Telecom suicidi” e leggere i risultati per capire cosa sta accadendo nel gigante della telefonia francese ed internazionale e, soprattutto, per riflettere su cosa sta accadendo al lavoro, a cosa sta portando questa dicotomia tra tempi della vita e tempi del lavoro.

Le analisi ex post che cercano di spiegare l’evento parlano chiaro; è stata la feroce filosofia aziendale fatta di “credo” ed “obbedienza”, guerre sui mercati, ristrutturazioni, mancanza di competenze e richieste di flessibilità, mobbing forzato a causare profondi sensi di inadeguatezza poi sfociati in forti sofferenze che addirittura uccidono.Michela Marzano ha scritto sulla Repubblica un articolo molto importante per capire cosa sta accadendo oggi al lavoro.
Ecco alcune buone domande per capire meglio la questione:

Perché non interrogarsi allora una buona volta sulle reali conseguenze di questo management contemporaneo che, arrivato in Europa negli anni Ottanta, esorta gli individuia credere che esista un legame di causa-effetto tra la realizzazione professionale e il benessere personale, come affermano i codici etici di alcune aziende?
“Come sopportare una mutazione forzata o un licenziamento quando ci si è dati corpo e anima alla propria azienda?
Come accettare il fatto di non essere più «utili» all’ azienda, quando si è sempre stati pronti a lavorare con «passione», fino al limite estremo della propria resistenza fisica e psichica?

non_buttiamoci_giu_gLe domande di Michela Marzano sono importanti e potenti. Si parla e si scrive molto in questi mesi della retorica aziendale che mette l’uomo – e poco la donna, a dire il vero – al centro degli editti e codici etici, nell’accezione però consumistica e poco autentica di risorsa umana.

I pensieri corrono ed anche le domande: ma è ancora possibile per le aziende di oggi, per come sono organizzate e gestite esplorare reali ed autentiche possibilità al di là dello slogan PEOPLE FIRST? Come è possibile preoccuparsi dell’uomo in un business organizzato su dicotomie indissolvibili: vita e lavoro, corpo e spirito, avere e/o essere, tempi per lavorare e tempi per oziare, materiale e spirituale, personale e sociale? Le regole, le routine delle organizzazioni, le conversazioni fatte di obiettivi immediati e conversazioni sui processi, che spazi possono riservare per un autentico interesse all’umano?

Molte sono oggi le aziende che lavorano sulle domande di cui sopra, sulle ricongiunzioni auspicate, sui nuovi modelli da elaborare, sulle posture da rivedere. Molte aziende ed organizzazioni – anche in Italia – sentono l’esigenza di creare condizioni e comunità, “laboratori” sociali ed economici totalmente nuovi. Non vogliono dare risposte subito, ma lavorare, mettersi in cammino per fare delle scoperte impossibili da quantificare e qualificare prima.

Tanti sono le persone che vogliono cambiare le regole da dentro. Un nuovo tipo di passione che va molto al di là del fare che viene richiesto dalle strategie, al di là della realizzazione così come codificata nelle carte etiche, al di là della dedizione ed utilità aziendale. Sono persone appassionate ma anche “indipendenti”, donne e uomini che cercano un benessere più profondo, più importante di quello codificato in azienda. Sono loro che cambiano e trasformano, da dentro, con piccole e grandi decisioni ciò che vediamo e vedremo in futuro. Persone in ascolto, che si fanno molte domande coraggiose che, quasi sempre partono dal loro sentire, da ciò che sentono e provano dentro, poco condizionati dalle logiche organizzative, ma all’interno di queste sanno muoversi, gentilmente, per trasformarle un poco alla volta.

Fidarsi del proprio sentire è anche una questione di pratica, una delle tante pratiche di indipendenza e dunque di salvezza (av)

I dubbi di Harvard

Tempo fa sul Corriere della Sera uscì un articolo dal titolo “I team non funzionano” Harvard contesta le certezze. I team servono ancora? E i brainstorming? E gli open space? Insomma, i sancta sanctorum della manualistica manageriale tutti messi in discussione; milioni di pagine di saggistica aziendale e di ore di aula di formazione buttati al vento. Tutto inutile. E giù ancora a biasimare strategie e parole utilizzate per far fronte alla grande crisi: outsourcing, downsizing, reengineering. Tutte parole e concetti che per la ex docente dell’Harvard Business School Shoshana Zuboff sono state propagate attraverso gli insegnamenti nelle scuole di business causando sofferenza e destabilizzazione nell’economia mondiale e accelerando così la caduta libera del capitalismo in questo secolo.

3662900639_af17bf12c6Pare che questa furia iconoclasta su idee e “religioni” formative aziendali sia solo ai suoi timidi inizi. Ne vedremo delle belle.

Ad oggi da più parti si rivendica la supremazia del pensiero, la capacità di pensare, rivedere e mettere in discussione. Tutti i “monoteismi” sono in crisi. Ideologie, credo, format sociali ed economici , format-formativi creati per raccontare un’unica verità, una sola possibilità, un solo modo di poteressere.

Scuole di business e formazione sono messe in discussione. Le possibilità di resuscitare i desideri e non solo i doveri dell’essereumano si moltiplicano in tempi di crisi. Tenere insieme i dubbi, non sapere cosa andare ad insegnare durante tempi incerti è dura da accettare specialmente quando frequentare un Master richiede investimenti sostanziosi per pagare rette per la maggioranza impossibili.

Fa strano pensare che solo una buona dose di pratiche più o meno filosofiche ad agire sul buon senso e sulla natura di ogni essere umano possano fare molto di più di tanta competenza su metodi e processi, su esperienze derivate da modelli di sviluppo e di crescita del passato. Fa strano anche pensare di chiedere troppo denaro ad uno studente per mettere in luce e diffondere storie e testimonianze di saggezza non più originate dalle prassi delle corporations, dal pensiero strategico originato da board profumatamente oliati da bonus (bonus e carriere rapide presentate come obiettivo da molte Business School a giustificare le laute rette percepite).

Fa strano rendersi conto di non avere più un target definito come quello dei manager e leader di domani; è un target che sa di vecchio, sa di parole che già puzzano, che già si nascondono e proteggono in vista degli attacchi della furia iconoclasta che si avvicina.

Fa strano pensare a scuole di business che educhino donne ed uomini al presente, aiutandoli a capire come diffondere nuovi modi di pensare, nuovi modi di essere e fare per abbellire il mondo.
Fa strano diventare dei mentors, delle guide quasi spirituali negli stretti ed impervi sentieri del business!
(av)

Il femminile non è più delle donne

Oggi il tema del femminile è uno degli argomenti centrali in una società in continuo mutamento, ma anche nel mondo delle organizzazioni. Oggi le donne sono al centro del mondo perché loro, più di ogni altra categoria, desiderano vivere una vita trasformata da loro stesse, vogliono elaborare un pensiero ed un progetto nuovo senza troppi confronti.
Il sociologo Alain Touraine ha scritto a tal proposito nel 2000 un libro, Il mondo è delle donne, che cerca di spiegare dettagliatamente questo concetto.

La nuova cultura di cui sono portatrici le donne non cerca di escludere gli uomini o di collocarli in una posizione inferiore, ma vuole permettere a tutti di combinare ciò che un tempo era stato separato e marcato da un segno di superiorità o di inferiorità. Questa nuova cultura cerca di ricomporre l’esperienza personale e l’esperienza collettiva, di riunire ciò che era stato separato. Si tratta di un cambiamento fondamentale a livello di costruzione e valutazione della realtà, soprattutto se si pensa che siamo abituati, invece a tracciare una netta frontiera tra bene e male, integrazione e devianza, mondo sviluppato e paesi sottosviluppati, e a preferire le scelte che escludono nettamente una delle possibili soluzioni.

Questo ci fa pensare che le donne sono il soggetto ideale di questo poteressere, di trasformazione del contesto a partire dal basso. Le donne fanno della creazione di sé il luogo primario per la ricomposizione del mondo. Sempre Touraine nel suo libro C’è una nuova modernità molto riflessiva, una modernità molto più attenta all’essere che agisce che non al mondo sul quale esercita la sua azione (..) La conquista del mondo si trasforma in costruzione di sé.
Tutto ciò si sta manifestando in vari luoghi, tra cui anche le organizzazioni.
Dall’8 al 10 ottobre a Praga si svolgerà la conferenza W.I.N. (Women’s International Networking) 2009 Global Leadership Conference dal titolo Wisdom in Action. Tre giorni di incontri in cui verranno discusse e condivise le questioni reali delle imprese, le opportunità imprenditoriali e le sfide manageriali da cogliere secondo un nuovo punto di vista.
Inspire parteciperà e interverrà come relatore alla conferenza.

Gandhi, l’efficacia

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Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta
con la violenza.
L’esperienza mi insegna
che dalla falsità e dalla violenza
non possono scaturire
risultati positivi duraturi
Mahatma Gandhi

E’ interessante notare quanto il volto di Gandhi abbia ampliato, con la sua vita e con il suo esempio, il valore occidentale dell’ efficacia, non solo sul piano politico ma anche etico ed umano.

Bededetta Silj, coach e counselor del gruppo Inspire sui temi legati all’identità ed ai valori, ci ricorda come in occidente il valore dell’efficacia poggi culturalmente sul mito dell’eroe e sull’azione spettacolare che egli compie per “forzare” la storia attraverso un evento risolutivo di cui rivendica la gloria e il successo. Da Achille a Gengis Khan, da Napoleone all’agente 007, siamo avvezzi ad una visione dell’efficacia come vittoria firmata, con titolarità dell’eroe. Esempio classico ne è la concezione occidentale della strategia in ambito militare: si distingue per prodezza quel condottiero che è capace di produrre l’effetto sorpresa e di cavalcarne vittorioso una certa teatralità.

Il nostro mondo dell’impresa, d’altra parte, non è estraneo a questo modello di efficacia, e il grande mito della leadership ne è la riprova più lampante. Gandhi simboleggia, all’opposto, un approccio tipicamente orientale, che vede nell’efficacia un valore che poggia sul lento ma inesorabile avanzamento del processo basato sull’etica silenziosa (lunghe marce, lunghi digiuni, lunghi anni di strategia e nessuna rivendicazione eroica). Con Gandhi l’efficacia del leader non è più misurata sul protagonismo degli interventi ma sugli effetti che la leadership produce indirettamente.

Un aneddoto della sua vita ci illustra eloquentemente questa particolare declinazione del valore dell’efficacia: nell’anno 1915 Gandhi opta per un “silenzio politico”, durante il quale percorre in lungo e in largo tutto il paese e visita 700 villaggi per incontrare l’anima indiana, toccarne la quotidianità, ascoltarne le voci. E compie questo viaggio vestito umilmente, quasi anonimamente: non gli interessa <em>somministrare </em>istruzioni ma <em>apprendere </em>sapienze ed esperienze locali.

Quanto all’approccio umanizzante dell’efficacia politica incarnata da Gandhi, vale la pena di leggere con attenzione un feedback dello storico inglese Arnold Toynbee: «(Gandhi) ci ha reso impossibile continuare a governare l’India, ma ci ha permesso di partire senza rancore e senza disonore».
“Partire senza rancore e senza disonore”.
Possiamo cogliere l’enormità di questo effetto etico dell’efficacia incarnata da Ghandi? A fronte della tradizionale logica dell’efficacia, che sempre divide drammaticamente il mondo tra vincitori e vinti, qui si profila un’alba mite e comunitaria che lascia illesa, salva ed “efficace” la dignità umana delle parti.
Un esempio da tenere presente, se desideriamo un cambiamento. (av)

A need to reconnect

The time for corporate dictatorships is over. This is our time.

Una frase secca, ad effetto, di sicura presa, ma che nasconde una profonda analisi sul mondo delle organizzazioni oggi. Questa frase è stata scritta da Francesco Guerrera sul Financial Times in un bell’articolo intitolato A need to reconnect.
Il pezzo in questione mette finalmente in chiaro la necessità di smontare uno dei principi cardine del business, ovvero il culto della creazione di valore per gli azionisti: l’immediata massimizzazione del profitto, il risultato di breve periodo, l’ansia del quarter che ha creato l’illusione di creare valore tutto e subito a spese di strategie e visioni che andassero al di là del perimetro aziendale, al di là – aggiungiamo noi – della generazione manageriale.. attuale.
Le fondamenta del capitalismo e le regole del gioco del corporate environment sono state messe a dura prova da questa crisi. Il sistema dei valori ed i principi operativi che hanno da sempre alimentato la psiche e i modi di vedere delle corporations sono da rimettere in discussione. I temi legati alla governance di un’azienda non sono più confinati all’interno dei Consigli di Amministrazione, delle boardrooms. Le decisioni importanti coinvolgono invece attori esterni, richiedono sconfinamenti virtuosi, partecipazione di stakeholders e comunità in grado di valutare l’impatto delle decisioni nel tempo, per più generazioni.
Riconnettersi con l’esterno. Riconnetersi con un esterno più ampio che va al di là dei clienti e fornitori, che tocchi l’ambiente, le comunità ed i gruppi di interesse e che sia capace di porsi anche domande relative all’impatto delle mie azioni oggi sulle prossime due generazioni

Federico Rampini commentando l’articolo del FT su Repubblica coglie nel segno citando i sistemi di valori che nelle scuole di business hanno ispirato la formazione dei manager, un “sistema perverso di superuniversità che allenavano i giovani ambiziosi e capaci a comportarsi come dei branchi di bestie feroci per fare carriera“.

Sfocano vecchi confini, si stemperano i vecchi modi del potere negli articolati reticoli di relazioni. Emerge invece un potere del network, come direbbero le filosofe del femminile. Una rete di accoglienza del pensiero diverso, un reticolo inclusivo dove la forza di un business è misurata attraverso l’abbondanza di relazioni e di benessere che è in grado di generare nel tempo.
C’è quindi bisogno di riconnettersi con se stessi per essere capaci di allargare un perimetro esterno, di costruire relazioni entrando in empatia con l’altro. Un lavoro grosso, difficile da demandare unicamente alle scuole di business. Per questo noi pensiamo sarà sempre più necessario lavorare sul “poteressere” per poter fare business.
Un pensiero su cui riflettere e discutere e un’affermazione di cui prendersi cura.

Di paesi felici e (non) leader

Come ogni anno di questi tempi esce la classifica dei paesi del mondo dove si vive meglio. Per l’occasione è stato creato un nuovo fantasioso indice, il FIL – Felicità Interna Lorda, che indica il tasso di benessere sostenibile, smonta il mito occidentale del reddito e lo sostituisce con soddisfazione personale, speranza di vita, politiche ambientali, equilibrio possibile tra consumi e risorse naturali etc.. happiness_by_wint3r88-300x225.E’ il Costa Rica il paese più felice secondo il The New Economics Foundation (Nef), l’organizzazione non governativa britannica che ha redatto questa classifica. L’Olanda (prima tra le europee) è 43a, l’Italia 69a, Inghilterra 74a , gli Stati Uniti alla 141a posizione. Ma ciò che ci interessa evidenziare è che in questa e in altre classifiche simili si parla sempre del paese e mai dei capi di governo, dei leader che hanno portato il paese a raggiungere determinati obiettivi. Sono infatti le persone, la comunità, l’approccio individuale e collettivo a determinare tutto ciò, non certo un “capo” che guida o che impone dall’alto comportamenti virtuosi. Da rifletterci su.