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Un continuo coltivare la propria attenzione rilassata che aiuta a ricevere buoni suggerimenti su come procedere.
In questo blog abbiamo anche parlato di come un licenziamento possa diventare perfino mortale- i suicidi France Telecom- o come possa portare l’uomo, “il patriarca” ad entrare in una crisi non solo di identità sociale ma anche di genere. Lo scambio nell’economico, sul lavoro, fatto di parole e gesti che ci impegnano per la stragrande maggioranza delle nostre vite ha annullato, o meglio ha voluto abituarci ad annullare tutto ciò che NON SI VEDE SUBITO, o che forse si vede ma si vuole eliminare, ignorare, tutto ciò che apparentemente non serve per lo svolgimento di una mansione, di un compito, di una “task” professionale, di un progetto piccolo o grande. La performance, il risultato, ottenere tutto e possibilmente subito hanno per forza di cose schiacciato differenze ( maschile\femminile), culture (territori, etnie, saggezze diverse), personalità e potenzialità ( talenti, creatività, genio individuale). Parlare con la differenza è faticoso, sembra faccia perdere un sacco di tempo, non sembra aiutarci al raggiungimento dell’obiettivo. E forse, come ben sottolinea una mia amica, Antonietta Potente, è proprio ciò che vogliamo far sparire che si ritorce contro l’abbondanza. Un’abbondanza che necessita magari di tempi diversi per manifestarsi, tempi più lunghi che a volte garantiscono però il coinvolgimento delle persone, la gioia di aver partecipato, la possibilità di un risultato più equo e distribuito, insomma la pace per molti. Con il mio lavoro affronto il tema dell’identità che portiamo in azienda, negli uffici, praticamente tutti i giorni. La fine del work-life balance e l’unione, lo “yoga” tra i due, l’integrazione di vita e lavoro sono i temi che le organizzazioni a forza di parlare di valori, meritocrazia, inclusione dei giovani e rispetto delle diversità si trovano ad avere sul tavolo praticamente tutti i giorni. Identità uniche e peculiari da riconoscere e con cui interloquire; identità che possono consentire ad una comunità più grande, organizzazione profit o “no” a sua volta di integrarsi, di sfumare i suoi confini con l’esterno, di lavorare per ricercare un nuovo e differente fondamento per la propria identità. La fine di una lunga storia d’amore; Lucy Kellaway grande columnist del Financial Times con “The end of the affair” prevede nel numero del The Economist “The world in 2010″ un grande ridimensionamento e sgonfiamento delle scuole di business, un declino della mitica cornucopia: gli MBA. Insomma scrive la Kelly il business non sarà più tanto “cool” come lo è stato per gli studenti più volenterosi e brillanti di Harvard ed Oxford dagli anni 80 ad oggi e dunque i Master in Business Administration non solo non potranno più promettere futuri garantiti da stipendi a 5 o 6 zeri ma non garantiranno nemmeno più l’appartenenza ad un club di eletti elitario ed esclusivo. Tutte le idee pretenziose da cui è avvolto il mondo del business vedranno un bello sgonfiamento e molti dei talenti più brillanti rivolgeranno la loro attenzione nel settore pubblico (legge, medicina, ….) visto che regolamenti e procedure di controllo fissate dalle autorità preposte toglieranno ai board delle compagnie private molta indipendenza e dunque molto del “glamour” da cui sono stati investiti in questi anni grazie anche a tanto cinema e serie TV celebrative (vedi negli USA The Apprentice, Dragons’Den…etc).
Solo dalla trasformazione di un modo di formare competenze e pensieri dei futuri “leader” (tanto per stare nel vecchio paradigma) potremo sperare di scovare qualcosa di nuovo ed inedito. Magari scoprendo che accanto a delle belle competenze tecniche, quelle sui numeri del budget , sulla strategia e sul marketing per intenderci è necessario affiancare qualcosa di più riflessivo, profondo, umano, valoriale, personale. Lo avete già letto, in questo blog nel post sui dubbi di Harvard dove scrivevamo che mettere in discussione scuole di business e formazione fa strano; fa strano pensare di chiedere troppo denaro ad uno studente per mettere in luce e diffondere storie e testimonianze di saggezza non più originate dalle prassi delle corporations, dal pensiero strategico originato da board profumatamente oliati da bonus (bonus e carriere rapide presentate come obiettivo da molte Business School a giustificare le laute rette percepite). Se non è possibile più considerare un MBA come l’aspirazione suprema di ogni bravo\a ragazza, il salvacondotto di una carriera di successo e di una leadership ben definita..cosa insegnare, come educare donne ed uomini al presente, aiutandoli a capire come diffondere nuovi modi di pensare, nuovi modi di essere e fare per abbellire il mondo? Da chi andranno ad ispirarsi queste scuole, come repereranno terreno? Vorrei spingermi a dare qualche suggerimento:
(av) Sono di fronte ad un testo sulla leadership Hostage at the table (how leaders can overcome conflict, influence others and raise performance) scritto da George Kohlrieser ( psicologo, professore all’IMD sui temi della leadership e dei comportamenti organizzativi, negoziatore e consulente di organizzazioni globali). Confesso: ne divento subito un po’ ostaggio anche io. Avevo provato lo stessa sensazione di “sicurezza” e di “conforto” anche durante la conferenza di George Kohlrieser al Women Leadership forum di Praga, conferenza in cui avevo partecipato a Ottobre come relatore. L’esperienza dell’autore, veterano della negoziazione di ostaggi anche in situazioni molto complesse e violente, viene messa al lavoro anche nelle relazioni personali e di business. Le tecniche e gli “insight” psicologici diventano un set di “skills”, di abilità utilissime per i business leaders che vogliano creare un ambiente positivo nella propria organizzazione rimuovendo blocchi attraverso la padronanza delle proprie emozioni, l’arte della negoziazione e del dialogo in situazioni conflittuali, il controllo della propria mente, del pensiero, dei comportamenti e della parola per costruire legami senza rimanere ostaggio delle più diverse situazioni organizzative e personali. Il libro affabula, si fa interessante. viene veramente voglia di prendere su idee, regolette, esperienze. Una sete incolmabile di certezze che viene soddisfatta da “statements”, affermazioni potenti su ciò che serve oggi e anche supportata da esperienze e storie. Riguardo gli appunti della sua conference che avevo velocemente annotato a Praga:
Alcune domande allora sono necessarie: Fanny è stata l’11 settembre scorso la 23sima dipendente a suicidarsi in France Télécom. In una email al padre ha scritto “Non accetto la nuova riorganizzazione del servizio. Hanno cambiato il mio capo (…) Preferisco morire.” Basta inserire su Google la tag “France Telecom suicidi” e leggere i risultati per capire cosa sta accadendo nel gigante della telefonia francese ed internazionale e, soprattutto, per riflettere su cosa sta accadendo al lavoro, a cosa sta portando questa dicotomia tra tempi della vita e tempi del lavoro. Le analisi ex post che cercano di spiegare l’evento parlano chiaro; è stata la feroce filosofia aziendale fatta di “credo” ed “obbedienza”, guerre sui mercati, ristrutturazioni, mancanza di competenze e richieste di flessibilità, mobbing forzato a causare profondi sensi di inadeguatezza poi sfociati in forti sofferenze che addirittura uccidono.Michela Marzano ha scritto sulla Repubblica un articolo molto importante per capire cosa sta accadendo oggi al lavoro.
I pensieri corrono ed anche le domande: ma è ancora possibile per le aziende di oggi, per come sono organizzate e gestite esplorare reali ed autentiche possibilità al di là dello slogan PEOPLE FIRST? Come è possibile preoccuparsi dell’uomo in un business organizzato su dicotomie indissolvibili: vita e lavoro, corpo e spirito, avere e/o essere, tempi per lavorare e tempi per oziare, materiale e spirituale, personale e sociale? Le regole, le routine delle organizzazioni, le conversazioni fatte di obiettivi immediati e conversazioni sui processi, che spazi possono riservare per un autentico interesse all’umano? Molte sono oggi le aziende che lavorano sulle domande di cui sopra, sulle ricongiunzioni auspicate, sui nuovi modelli da elaborare, sulle posture da rivedere. Molte aziende ed organizzazioni – anche in Italia – sentono l’esigenza di creare condizioni e comunità, “laboratori” sociali ed economici totalmente nuovi. Non vogliono dare risposte subito, ma lavorare, mettersi in cammino per fare delle scoperte impossibili da quantificare e qualificare prima. Tanti sono le persone che vogliono cambiare le regole da dentro. Un nuovo tipo di passione che va molto al di là del fare che viene richiesto dalle strategie, al di là della realizzazione così come codificata nelle carte etiche, al di là della dedizione ed utilità aziendale. Sono persone appassionate ma anche “indipendenti”, donne e uomini che cercano un benessere più profondo, più importante di quello codificato in azienda. Sono loro che cambiano e trasformano, da dentro, con piccole e grandi decisioni ciò che vediamo e vedremo in futuro. Persone in ascolto, che si fanno molte domande coraggiose che, quasi sempre partono dal loro sentire, da ciò che sentono e provano dentro, poco condizionati dalle logiche organizzative, ma all’interno di queste sanno muoversi, gentilmente, per trasformarle un poco alla volta. Fidarsi del proprio sentire è anche una questione di pratica, una delle tante pratiche di indipendenza e dunque di salvezza (av) Tempo fa sul Corriere della Sera uscì un articolo dal titolo “I team non funzionano” Harvard contesta le certezze. I team servono ancora? E i brainstorming? E gli open space? Insomma, i sancta sanctorum della manualistica manageriale tutti messi in discussione; milioni di pagine di saggistica aziendale e di ore di aula di formazione buttati al vento. Tutto inutile. E giù ancora a biasimare strategie e parole utilizzate per far fronte alla grande crisi: outsourcing, downsizing, reengineering. Tutte parole e concetti che per la ex docente dell’Harvard Business School Shoshana Zuboff sono state propagate attraverso gli insegnamenti nelle scuole di business causando sofferenza e destabilizzazione nell’economia mondiale e accelerando così la caduta libera del capitalismo in questo secolo.
Ad oggi da più parti si rivendica la supremazia del pensiero, la capacità di pensare, rivedere e mettere in discussione. Tutti i “monoteismi” sono in crisi. Ideologie, credo, format sociali ed economici , format-formativi creati per raccontare un’unica verità, una sola possibilità, un solo modo di poteressere. Scuole di business e formazione sono messe in discussione. Le possibilità di resuscitare i desideri e non solo i doveri dell’essereumano si moltiplicano in tempi di crisi. Tenere insieme i dubbi, non sapere cosa andare ad insegnare durante tempi incerti è dura da accettare specialmente quando frequentare un Master richiede investimenti sostanziosi per pagare rette per la maggioranza impossibili. Fa strano pensare che solo una buona dose di pratiche più o meno filosofiche ad agire sul buon senso e sulla natura di ogni essere umano possano fare molto di più di tanta competenza su metodi e processi, su esperienze derivate da modelli di sviluppo e di crescita del passato. Fa strano anche pensare di chiedere troppo denaro ad uno studente per mettere in luce e diffondere storie e testimonianze di saggezza non più originate dalle prassi delle corporations, dal pensiero strategico originato da board profumatamente oliati da bonus (bonus e carriere rapide presentate come obiettivo da molte Business School a giustificare le laute rette percepite). Fa strano rendersi conto di non avere più un target definito come quello dei manager e leader di domani; è un target che sa di vecchio, sa di parole che già puzzano, che già si nascondono e proteggono in vista degli attacchi della furia iconoclasta che si avvicina. Fa strano pensare a scuole di business che educhino donne ed uomini al presente, aiutandoli a capire come diffondere nuovi modi di pensare, nuovi modi di essere e fare per abbellire il mondo. Oggi il tema del femminile è uno degli argomenti centrali in una società in continuo mutamento, ma anche nel mondo delle organizzazioni. Oggi le donne sono al centro del mondo perché loro, più di ogni altra categoria, desiderano vivere una vita trasformata da loro stesse, vogliono elaborare un pensiero ed un progetto nuovo senza troppi confronti.
Questo ci fa pensare che le donne sono il soggetto ideale di questo poteressere, di trasformazione del contesto a partire dal basso. Le donne fanno della creazione di sé il luogo primario per la ricomposizione del mondo. Sempre Touraine nel suo libro C’è una nuova modernità molto riflessiva, una modernità molto più attenta all’essere che agisce che non al mondo sul quale esercita la sua azione (..) La conquista del mondo si trasforma in costruzione di sé. Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta E’ interessante notare quanto il volto di Gandhi abbia ampliato, con la sua vita e con il suo esempio, il valore occidentale dell’ efficacia, non solo sul piano politico ma anche etico ed umano. Bededetta Silj, coach e counselor del gruppo Inspire sui temi legati all’identità ed ai valori, ci ricorda come in occidente il valore dell’efficacia poggi culturalmente sul mito dell’eroe e sull’azione spettacolare che egli compie per “forzare” la storia attraverso un evento risolutivo di cui rivendica la gloria e il successo. Da Achille a Gengis Khan, da Napoleone all’agente 007, siamo avvezzi ad una visione dell’efficacia come vittoria firmata, con titolarità dell’eroe. Esempio classico ne è la concezione occidentale della strategia in ambito militare: si distingue per prodezza quel condottiero che è capace di produrre l’effetto sorpresa e di cavalcarne vittorioso una certa teatralità. Il nostro mondo dell’impresa, d’altra parte, non è estraneo a questo modello di efficacia, e il grande mito della leadership ne è la riprova più lampante. Gandhi simboleggia, all’opposto, un approccio tipicamente orientale, che vede nell’efficacia un valore che poggia sul lento ma inesorabile avanzamento del processo basato sull’etica silenziosa (lunghe marce, lunghi digiuni, lunghi anni di strategia e nessuna rivendicazione eroica). Con Gandhi l’efficacia del leader non è più misurata sul protagonismo degli interventi ma sugli effetti che la leadership produce indirettamente. Un aneddoto della sua vita ci illustra eloquentemente questa particolare declinazione del valore dell’efficacia: nell’anno 1915 Gandhi opta per un “silenzio politico”, durante il quale percorre in lungo e in largo tutto il paese e visita 700 villaggi per incontrare l’anima indiana, toccarne la quotidianità, ascoltarne le voci. E compie questo viaggio vestito umilmente, quasi anonimamente: non gli interessa <em>somministrare </em>istruzioni ma <em>apprendere </em>sapienze ed esperienze locali. Quanto all’approccio umanizzante dell’efficacia politica incarnata da Gandhi, vale la pena di leggere con attenzione un feedback dello storico inglese Arnold Toynbee: «(Gandhi) ci ha reso impossibile continuare a governare l’India, ma ci ha permesso di partire senza rancore e senza disonore».
Una frase secca, ad effetto, di sicura presa, ma che nasconde una profonda analisi sul mondo delle organizzazioni oggi. Questa frase è stata scritta da Francesco Guerrera sul Financial Times in un bell’articolo intitolato A need to reconnect. Federico Rampini commentando l’articolo del FT su Repubblica coglie nel segno citando i sistemi di valori che nelle scuole di business hanno ispirato la formazione dei manager, un “sistema perverso di superuniversità che allenavano i giovani ambiziosi e capaci a comportarsi come dei branchi di bestie feroci per fare carriera“. Sfocano vecchi confini, si stemperano i vecchi modi del potere negli articolati reticoli di relazioni. Emerge invece un potere del network, come direbbero le filosofe del femminile. Una rete di accoglienza del pensiero diverso, un reticolo inclusivo dove la forza di un business è misurata attraverso l’abbondanza di relazioni e di benessere che è in grado di generare nel tempo. Come ogni anno di questi tempi esce la classifica dei paesi del mondo dove si vive meglio. Per l’occasione è stato creato un nuovo fantasioso indice, il FIL – Felicità Interna Lorda, che indica il tasso di benessere sostenibile, smonta il mito occidentale del reddito e lo sostituisce con soddisfazione personale, speranza di vita, politiche ambientali, equilibrio possibile tra consumi e risorse naturali etc.. |
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